Array ( [0] => Array ( [id] => 45 [status] => published [owner] => 4 [created_on] => 2020-10-12 13:42:48 [titolo] => Promessa del dorico [descrizione] =>
Goffredo Parise definisce il Giappone come un pianeta “rotante nel silenzio e nella solitudine della volta celeste”, eppure non si sottrae dal notare il suo profondo “classicismo cellulare”. Un’illuminazione che gli consente di trasfigurare le lignee colonne di un tempio di Ky¯ot¯o in quelle del Partenone o del Pantheon. È la forza dell’analogia che scaturisce dall’esile interstizio del dissimile. E di analogia come sostanza prima della composizione architettonica, parlano anche queste pagine, che muovendo dalla descrizione dell’opera di una scrittrice belga oramai dimenticata, ne usano i modi per rileggere luoghi lontani come palinsesti di frammenti poetici, per congetturare di un impossibile incontro fra Mies e l’architettura giapponese nella Berlino degli anni trenta, e per interpretare infine alcune case a guisa di intersezioni fra opposti punti cardinali. Fenditure da cui intravedere l’epifania di una segreta e immutabile unità di temi, di archetipi, di soluzioni.
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Inevitabile d’altronde, avendo scelto la terra di Versilia per l’esercitazione progettuale degli studenti del Laboratorio di Progettazione dell’Architettura del terzo anno, ricorrere a Carrà quale nume tutelare per rileggere fra le righe, a partire da questo locus, pieno di vita e colori nelle stagioni estive, totalmente metafisico d’inverno, le più ampie questioni del Novecento che riguardano la nostra disciplina.